Per voi il cinema è spettacolo. Per me è quasi una concezione del mondo. Il cinema è portatore di movimento. Il cinema svecchia la letteratura. Il cinema demolisce l'estetica Il cinema è audacia. Il cinema è un atleta. Il cinema è diffusione di idee.
Vladimir Majakovskij
Sinossi: Tanya arriva a Gatwick dalla Russia con il figlio di dieci anni. All'aeroporto dovrebbe trovare il suo ragazzo che invece ha pensato bene di scaricarla. Confusa e disperata e soprattutto senza nessuna conoscenza è costretta a chiedere asilo. La ragazza insieme al bambino viene trasferita in un grgio palazzo vicino al mare nel quale dovrà aspettare dei mesi prima che la sua pratica venga presa in considerazione. Per sopravvivere Tanya, che nel frattempo ha conosciuto Alfie che lavora in un luna park, accetta di posare per siti pornografici.
Sinossi: Polonia, 1962. Anna, un'orfana allevata dalle suore di un convento, è una novizia. Prima di prendere i voti, però, desidera vedere Wanda, la sua unica parente in vita che le rivela di essere ebrea. Entrambe le donne intraprendono allora un viaggio teso non solo a scoprire la tragica storia della loro famiglia ma anche chi esse siano veramente e quale sia il loro posto, rimettendo in discussione le loro credenze e la loro religione. Recensione
Polonia, 1962. Anna è una giovane orfana cresciuta tra le mura del convento che, poco prima di prendere i voti, apprende di avere una parente ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. L’incontro tra le due donne segna l’inizio di un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, ma anche dei segreti del loro passato. Anna scopre infatti di essere ebrea: il suo vero nome è Ida, e la rivelazione sulle sue origini la spinge a cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia…
Ida di Pawel Pawlikowski è un film polacco del 2013 pluripremiato che colpisce già dalle prime immagini: prima di tutto le inquadrature spesso fisse per quasi tutto il film e una composizione del quadro molto particolare, i personaggi e soprattutto la protagonista, infatti, si trovano ai margini dell’inquadratura, il resto del quadro è occupato principalmente dal freddo è bellissimo paesaggio polacco. La storia, ambientata all’inizio degli anni sessanta, racconta di Anna una novizia, abbandonata in convento appena nata, che sta per pronunciare i voti, ma viene a sapere dell’esistenza di una zia e viene quasi costretta dalla madre superiora a farle visita prima di diventare suora. Da lei scoprirà di chiamarsi in realtà Ida e di essere ebrea. Questo incontro le porterà ad affrontare un viaggio per scoprire il luogo di sepoltura dei genitori alla fine del quale le loro vite non saranno più le stesse.
I due personaggi femminili sono agli antipodi: la zia, un giudice del popolo, è disillusa dalla causa del partito e si concede all’alcool e alle attenzioni degli uomini che incontra, Ida che ha sempre vissuto in convento è chiusa e timorosa del mondo circostante. Come in Viridiana di Bunuel, la zia cerca di indirizzare (senza cattiveria) la nipote verso i piaceri della vita "che sacrificio è se non hai provato?". Le convinzioni di entrambe saranno messe a dura prova dal viaggio che affronteranno e avranno conseguenze inevitabili e diversissime sulle due donne. Il tema della vicenda personale delle due donne s’intreccia con la situazione di un Paese, la Polonia reduce da una guerra devastante che deve fare i conti con il proprio passato. Forse è proprio questo il fulcro del film: il passato che non si può dimenticare e che torna a scombinare le esistenze di chi vuole fuggire da esso.
La composizione del quadro colpisce subito l’attenzione grazie anche al formato 1.37:1 utilizzato per le riprese che non è usato frequentemente; questo, infatti, era il formato utilizzato principalmente all’epoca del cinema muto. Le inquadrature sono rigorose con un bianco e nero luminoso e ricco di contrasti, poche panoramiche e un’attenzione maniacale all’equilibrio della composizione, un rigore geometrico che soffoca lo spettatore e costringe la protagonista in inquadrature sbilanciate, con uno spazio in alto innaturale che la opprime. Questa scelta troverà un senso nel finale, dove la camera fissa si sostituirà alla macchina da presa a mano che accompagnerà Ida in un piano sequenza finalmente al centro dell’inquadratura.
Un ottimo film secondo il mio parere, impreziosito dalle intense interpretazioni delle attrici principali e da una colonna sonora che alterna Jazz e musica classica.
Data di uscita: 20 dicembre 2018
Genere: Drammatico
Anno: 2018
Regia: Pawel Pawlikowski
Attori: Tomasz Kot, Agata Kulesza, Joanna Kulig, Borys Szyc, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Adam Woronowicz, Adam Ferency, Slavko Sobin
Paese: Polonia, Francia, Gran Bretagna
Durata: 88 min
Distribuzione: Lucky Red
Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski
Fotografia: Lukasz Zal
Montaggio: Jaroslaw Kaminski
Produzione: Apocalypso Pictures, BFI Film Fund, Film4
Sinossi:
Durante la guerra fredda, tra la Polonia staliniana e la Parigi bohémienne degli anni ’50, un musicista in cerca di libertà e una giovane cantante vivono un amore impossibile in un’epoca impossibile…
“Ojojoj non innamorarti di quel ragazzo… ma sono andata comunque con lui e lo amerò finché vivrò” – Dwa serduska.
Cold war racconta la travagliata storia d’amore tra Viktor (Tomasz Kot) e Zula (una sorprendente e intensa Joanna Kulig). Siamo in Polonia, nell’immediato dopoguerra, Viktor mette su e dirige una compagnia di danza popolare e già dai provini rimane colpito dall’intraprendenza e dal carisma di Zula, ne nasce una travagliata storia d’amore. La compagnia comincia una lunga tournée che attraverserà tutti paesi dell’est Europa fino ad arrivare a Berlino, avamposto del blocco sovietico. Qui le strade dei due si separano loro malgrado e comincia un lungo percorso attraverso gli anni e le città d’Europa fatto di bruschi distacchi e appassionati riavvicinamenti che culminano in un finale di cui non vi dirò ma che è poesia pura.
La storia, come dichiarato da Pawlikowski, è ispirata alla storia dei suoi genitori, ai quali il film è dedicato, i quali hanno vissuto una turbolenta storia d’amore simile a quella dei protagonisti. Dalle parole del regista: “erano due personalità molto forti, gente meravigliosa, ma un disastro come coppia”.
Pur partendo dalla storia dei due, Pawlikowski sceglie di utilizzare le vicende di un gruppo folk come veicolo per illustrare la situazione sociale e politica nella Polonia di quegli anni senza doverla spiegare, per fare ciò s’ispira a un vero gruppo folk, i Mazowsze, molto famosi in Polonia e tuttora attivo.
Il film è girato in un clamoroso bianco e nero che alterna la luce quasi accecante della campagna innevata polacca ai forti contrasti delle città inquadrate come nei film noir anni 50: chiaroscuri, asfalto bagnato, macchine nere. E anche la musica, che segue il percorso amoroso dei due, si modifica e si adatta alle diverse ambientazioni spaziando dal canto popolare alle atmosfere jazz di una Parigi bohemienne e decadente.
La regia è perfetta e riesce a condensare in poche inquadrature cambiamenti o salti temporali di anni senza perdere la coerenza o disorientare lo spettatore, molte inquadrature rapiscono gli occhi risuonando a lungo dopo la visione, insieme alla musica che le accompagna. In proposito vi anticipo che una canzone in particolare fa da filo conduttore a tutta la storia: “Dwa serduska”, un canto tradizionale polacco che viene eseguita in situazioni e stili diversi durante il film. Prima viene cantata da una giovane contadina, poi gonfiata dall’arrangiamento orchestrale e dal coro, infine anche in una versione jazz per il palcoscenico parigino. Quest’ultima versione è particolarmente struggente ed eseguita in modo intenso dalla protagonista mentre la camera la segue dolcemente girandole quasi intorno.
Curiosità: la protagonista Joanna Kulig compare anche in “Ida” dove interpreta una cantante.
Ancora una volta, dopo il folgorante “Ida” il regista/filosofo polacco dimostra una sensibilità e una padronanza non comune e riesce a confezionare uno dei film più belli dell’anno appena trascorso. Anche il pubblico di Cannes è sembrato essere d’accordo con questo giudizio riservandogli diciotto minuti di applausi dopo la proiezione.